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CHE SI MANGIA?
Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche? Semplicemente per abitudine. Secondo studiosi come Peter Singer, Robert Garner, Susan e Lawrence Finsen, Josh Balk, Michael Pollan, Jeffrey Masson, John Robbins, Eric Schlosser e Melanie Joy, la maggior parte delle persone ha aderito all'ideologia del "carnismo", per la quale è ritenuto etico o scontato consumare un certo tipo di animali. Ma nuovi modelli di comportamento si stanno diffondendo sempre di più, per amore e per necessità.

È stata principalmente la psicologa sociale Melanie Joy ad analizzare le basi culturali e psicologiche del carnismo e a rappresentarne la componente ideologica. Le sue ricerche e quelle di tutti gli altri i studiosi che la pensano come lei sono stati raccolti e ordinati in un libro che s'intitola proprio Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?, tradotto in Italia dalla casa editrice piemontese Sonda.

Secondo la Joy, quando mangiare carne non è una necessità per la sopravvivenza e una spinta biologica, è una scelta e le scelte derivano sempre da convincimenti culturali (ricordiamo per altro che l'eccessivo consumo di carne, per esempio, sta allarmando gli scienziati di tutto il mondo per l'impatto alla lunga insostenibile sull'ambiente e la stessa salute umana).

Il carnismo utilizza invece una serie di meccanismi di difesa, sociali e psicologici, per distorcere la percezione delle persone bloccandone consapevolezza ed empatia quando mangiano carne.

C'è allora da chiedersi perché per gli esseri umani alcuni animali sono commestibili e altri no. Non certo per ragioni alimentari, chiarisce la Joy, bensì per radicati condizionamenti culturali. Noi occidentali non ci sogneremmo mai di servire a tavola un cane appena cucinato (come fanno i cinesi) perché lo consideriamo da secoli un animale amico dell'uomo.
In compenso schiacciamo con indifferenza i grilli che a Pechino vengono allevati tra mille cure perché considerati portafortuna.

E ancora, a dispetto dei luoghi comuni, il maiale (i cui organi sono i più simili ai nostri), animale fra i più consumati al mondo, risulta un'animale con un intelligenza e sensibilità, specie nei confronti dei bambini, pari a quella dei cani, e potrebbe tranquillamente rientrare nella categoria degli "animali d'affezione" tanto che alcune razze cominciano a essere usate a questo scopo.

Per la Joy e i suoi colleghi è in primo luogo importante chiarire come la maggior parte dei nostri gusti sia acquista: il provare piacere o disgusto riguardo alla possibilità di mangiare la carne di un dato animale deriva da uno schema mentale acquisito e tramandato di generazione in generazione.

Partendo da questa consapevolezza si può comprendere che mangiare carne non è una legge biologica umana assoluta ed essere vegetariani non è certo una scelta anormale.

Del resto, se fossimo più coscienti delle sofferenze su cui si fonda il carnismo (inteso come eccesso), ci sarebbero buone probabilità di modificare l'approccio al consumo di carne. Un po' tutti abbiamo una vaga idea di cosa succeda agli animali che ci vengono serviti a tavola; tuttavia, ben altra cosa è conoscere dettagliatamente (e magari vedere coi propri occhi) le condizioni degli allevamenti intensivi e i processi di macellazione.

Apriamo una parentesi. La Joy ricorda come gli esseri umani non siano "assassini per natura" e, acutamente, prende in prestito le relazioni e le statistiche delle due guerre mondiali che evidenziano come i soldati tendano a sparare in alto o a non sparare pur di evitare il nemico.

A fronte dell'abilità degli uomini, della prossimità al nemico e della gittata delle armi, il numero di nemici centrati avrebbe dovuto essere di gran lunga superiore al 50%, cioè una percentuale di centinaia di assassinii al minuto. Invece, il tasso dei colpi andati effettivamente a segno fu solo di uno o due al minuto. Tra le centinaia di uomini coinvolti in uno scontro a fuoco, solo una quindicina o una ventina usavano le armi a disposizione, tanto che i comandanti dovevano minacciare con la baionetta i propri soldati affinché attaccassero con decisione.

Tendenzialmente, quindi, anche in situazioni di estremo pericolo, la maggior parte delle persone è contraria a uccidere (o almeno cerca di evitarlo). Ulteriori studi hanno dimostrato invece che i soldati sparano per uccidere e partecipino attivamente alla violenza se vengono sottoposti a processi di desensibilizzazione.

Un po', per tornare in argomento, come avviene per i mangiatori di carne che davanti a un pollo arrosto o a una bistecca non vanno certo a pensare ai processi di allevamento e macellazione che rimangono invisibili.

Un corollario di quanto sostenuto è la "deinvidualizzazione": Melanie Joy ha ripreso le ricerche dello psicologo Paul Slovic che scoprì come più aumenta il numero delle vittime, per esempio in seguito a un evento violento, più i testimoni confondono o depersonalizzano gli individui e tendendo a prendersene meno cura.

Numeri e intorpidimento sono proporzionali, tanto che è molto più probabile che susciti commozione o compassione maggiore una singola vittima, umana o animale, rispetto a un gruppo di vittime. È un'esperienza che tutti abbiamo fatto. Chi non ricorda la bambina del Vietnam o la giovane afgana dagli occhi verdi? Tutto ciò è funzionale anche al pensare agli animali per astrazione.

Dei dieci miliardi di animali che sono stati allevati, trasportati e macellati nel corso di un anno, quanti ne abbiamo visti? Chi vive in città, con tutta probabilità, nemmeno uno. Come racconta in particolare Michael Pollan ne Il dilemma dell'onnivoro, è quasi impossibile penetrare nei centri di macellazione e produzione di carne. Ciononostante, grazie ai contributi di Pollan, della Joy e di altri studiosi, oggi qualcosa di più sappiamo.

Negli allevamenti intensivi i bovini non hanno un centimetro per muoversi, stanno appiccicati l'uno all'altro, ingrassati da quintali di mais (sottratti alla nutrizione umana, n.d.r.) In certi casi, per risparmiare, allevatori senza scrupoli aggiungono addirittura palline di carta di giornale e altri rifiuti.

Medesime condizioni per ancora troppi pollai industriali dove polli, tacchini e galline non hanno praticamente possibilità di muoversi. La maggior parte dei maiali trascorre l'intera vita in reclusione intensiva senza mai uscire all'aria aperta, finché non viene spedita al mattatoio.

Ma non mangiare (o ridurre sensibilmente) carne non serve solo a evitare sofferenze agli animali (fenomeno che dovrebbe essere comunque sanzionato), ma anche a migliorare la nostra stessa salute. Le altre vittime del carnismo, infatti, siamo noi stessi e il pianeta su cui viviamo.

Joy, Singer, Pollan, Rifkin e altri sono convinti, innanzitutto, che la necessità di mangiar carne sia un mito che si tramanda da tempi immemorabili (nei quali però alla vittima veniva reso onore, e che in ogni caso viveva allo stato di natura). In tutte le famiglie,specialmente nelle società occidentali, si è insegnato, nei secoli dei secoli, che solo grazie al consumo di carne si può diventare forti e che le sue proteine siano, quindi, indispensabili.

Sin dall'antichità, infatti, al consumo di carne sono state associate mascolinità, forza e sviluppo muscolare, mentre gli alimenti vegetali sono stati etichettati come femminei. Oggi qualsiasi medico può al contrario tranquillamente affermare che per la nostra alimentazione è sufficiente un'alternanza di fagioli, lenticchie, cereali e vegetali mentre all'eccesso di proteine è correlata osteoporosi, malattie ai reni, calcoli e alcuni tipi di tumori.

Secondo famosi nutrizionisti come T. Colin Campbell o l'oncologo italiano Umberto Veronesi addirittura, molti tumori, problemi cardiovascolari e altre forme di malattie degenerative potrebbe essere prevenuta adottando una dieta a base di vegetali.

Se questi argomenti non fossero sufficienti, oggi sono da tenere in conto i danni ambientali e la non sostenibilità di un consumo esponenziale che si sta estendendo a Paesi come per esempio la Cina, dove le migliori condizioni economiche spingono a consumi un tempo impossibili.

Un po' come è accaduto a noi: dalla carne una volta all'anno, al pollo ogni domenica, al consumo medio settimanale di 700 grammi pro capite, contro i 400 consigliati dalle linee guida internazionali per la nutrizione. Uno sproposito.

Le stesse Nazioni Unite hanno infatti rilevato che il settore dell'allevamento è uno dei tre principali fattori d'inquinamento locale e globale, specie per l'acqua.

In Amazzonia terreni precedentemente boschivi sono stati convertiti a pascoli destinati ad alimentare il bestiame mentre una parte considerevole di cereali viene utilizzata come mangime per rendere la carne bovina più grassa, sottraendo risorse al cibo per le persone.

È stato calcolato, infatti, che ci vogliono circa 900 kg di grano per produrre carne (e altri prodotti derivati dall'allevamento) per persona per un anno. Ce ne vorrebbero solo 180 se questa stessa persona si cibasse di grano direttamente, anziché tramite i prodotti animali.

Per invogliare a consumare carne anche l'occhio vuole la sua parte, ma spesso quel bel rosso con cui le bistecche si presentano si ottiene saturando con monossido di carbonio la mioglobina delle fibre muscolari e l'emoglobina del sangue che si trova nei capillari del taglio prescelto. Un procedimento poco salutare e comunque ingannevole.

Nel consumo acritico di troppa carne giocano quindi anche disinformazione e suggestioni tanto che questo eccesso (che è bene ricordare non potremo certo permetterci indefinitamente. A questo proposito vedi il dossier che verrà presentato in questi giorni dalla Lav:
http://www.lav.it/index.php?id=1938) passa per  "normale", "naturale" e "necessario".

Per autori come la Joy, invece, bisogna passare dall'apatia all'empatia, pensando agli animali non come oggetti ma come soggetti, anche quando li consumiamo. Un po' come ci hanno tramandato i nostri progenitori che alla caccia hanno dedicato i primi veri capolavori dipingendo sulle pareti delle caverne le loro prede. Nulla a che vedere con la caccia moderna, nelle campagne aride di quest'anno o nelle corsie dei supermercati.

Per saperne di più:
Melanie Joy, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?, Sonda, 2012

Michael Pollam, Il dilemma dell'onnivoro, Adelphi, 2008

Eric Schlosser, Fast Food Nation, Il Saggiatore, 2008

Peter Singer e Jim Mason, Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, Il Saggiatore, 2007

Frank R. Ascione, Bambini e Animali. Le radici dell'affetto e della crudeltà, Cosmopolis, 2007

Jeffrey M. Masson, Chi c'è nel tuo piatto?, Cairo, 2009

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