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LA (TROPPO) LUNGA MARCIA
Si spera che l'amara vicenda dell'ex marciatore Alex Schwazer abbia mandato finalmente in onda uno spot lungo e serio contro il doping nello sport e non solo.

La vicenda deve essere affrontata senza perdonismo e senza per questo distruggere del tutto l'atleta pentito, e va detto anche con chiarezza che questo Paese non ha una politica di contrasto efficace contro l'impasticcamento crescente e quotidiano con cui migliaia di giovani e meno giovani affrontano tutto: lavoro, studio, tempo libero, affanni sentimentali e impegni familiari.

Il tutto per prendere la vita senza esserci, delegando ad altro da sé il compito di affrontare il bello e il brutto che il destino riserva a ciascuno.
E non si tratta solo delle vecchie e nuove droghe che circolano tra i tavoli della movida nelle grandi città. La vicenda dell'ex primatista altoatesino ha messo in luce le statistiche che dimostrano come decine di migliaia di sportivi dilettanti facciano uso di sostanze proibite per raggiungere performances migliori al calcetto  come  alla biciclettata con gli amici.


Perfino i più piccoli sono spinti dai genitori a un agonismo insensato che spesso si manifesta con liti in campo tra gli adulti e pressioni indebite sui bambini e gli adolescenti (che cominciano a doparsi prestissimo). I numeri sono impressionanti, anche perché dietro ogni numero c'è una famiglia patologica.


Nel nostro Paese sono circa 6,5 milioni coloro che si dedicano alle competizioni sportive, circa il 10% degli italiani. Purtroppo circa il 65% fa uso di un qualche "aiutino" (parliamo di circa 4 milioni di praticanti). Spesso sono prodotti ammessi dalla legge, come integratori e farmaci, ma secondo i recenti dati della Wada, (World anti doping agency  )ci sono circa 450mila sportivi dilettanti italiani (il 7% del totale) che si dopano, per un giro di affari di 750 milioni di euro all' anno; numeri che secondo molti osservatori sono stimati per difetto.
Infatti, la Commissione di vigilanza sul doping, che si occupa dei controlli tra i dilettanti, fa pochissime analisi, appena 1.600 l' anno, per mancanza di fondi. Alessandro Donati nel 2006 è diventato consulente della Wada, cui ha inviato una relazione sulla situazione italiana. Incrociando i dati dei sequestri dei Nas con quelli dell' ultimo report della Commissione stessa e di altre fonti ha stimato in 300mila i dilettanti amatoriali che usano prodotti vietati rilevabili ai controlli, esclusi i consumatori di cocaina e hashish che non vengono usati per migliorare le prestazion sportivei.
A ciò vanno aggiunte sostanze, come gli ormoni, che le analisi non sempre riescono a riconoscere. Si sale così a un mercato di 450mila dopati per un giro di affari di 500 milioni di euro all' anno, che diventano 750 con le spese per il sommerso.
Oltre alle sostanze vietate due terzi degli sportivi italiani si aiutano con prodotti considerati legali. I più usati sono gli anti-infiammatori (26% di tutte le sostanze lecite prese da chi pratica sport) per accelerare i recuperi e contenere i dolori durante le gare. Altri fanno grande uso di integratori: sono additivi, sali minerali, proteine e vitamine che vengono prese dal 38% degli sportivi che usano sostanze ammesse, ma spesso comprate su internet o nei negozi di articoli sportivi.
Di per sé non sarebbero dannose, ma le alte dosi auto -prescritte portano spesso a gravi conseguenze soprattutto per i reni.

A volte sono i genitori stessi di atleti molto piccoli a consentire per esempio il consumo di bevande energizzanti che invece di mettere le ali intossicano per il contenuto in caffeina (un tempo sostanza vietata dalla Wada). E, soprattutto, i bambini subiscono le ossessioni degli adulti e si sentono spinti a primeggiare a ogni costo aumentando le dosi se il clima familiare è permissivo e anzi incoraggia questi comportamenti a rischio.


Poi magari la piscina, la pista di ghiaccio, il canestro diventano un ricordo sbiadito, ma l'inclinazione alla dipendenza resta e alla prima difficoltà fisica e psichica l'"aiutino" si riaffaccia e la schiavitù del doping entra di prepotenza nella vita sotto forma di alcol, droga, fumo, gioco e sostanze varie per la gioia della criminalità organizzata internazionale.

Un altro tasto dolente per chi intraprende una carriera sportiva ad alto livello sono le pressioni pubblicitarie e i conseguenti guadagni consentiti dagli sponsor. Le aziende investono grandi cifre sui testimonials (con esiti incerti, come dimostra il caso Pellegrini che ha dato luogo a una folgorante serie di battute sui social network come la folgorante "Cosa fa Federica Pellegrini quando nuota?". Taciamo per carità di patria i florilegi sul caso Schwazer).

Ora, per quanto le aziende investano in una migliore politica ambientale e in maggior sostenibilità, sono pur sempre veicolo di prodotti e stili di vita che non sempre vanno nell'interesse dei più piccoli esposti ai messaggi pubblicitari. Ricordiamo tutti il caso della Nutella: non è certo il caso di demonizzarla, ma negli Stati Uniti hanno contestato con successo che fosse la miglior forma di prima colazione possibile. Vale anche per l'alimentazione dei ragazzini locali: una merendina ogni tanto è gradevole per i bambini e comoda per le mamme, ma l'intervento del campione e dei suoi figli la accredita come la miglior forma di nutrizione possibile. Siamo sicuri che sia questo lo spirito sportivo? O non sarebbe meglio che i campioni fossero i testimoni di campagne per chiedere più sport nelle scuole, impianti pubblici decenti, maggiore integrazione, riconoscimenti scolastici come accade negli Stati Uniti e in molti Paesi emersi o emergenti dove il record è anche occasione di riscatto sociale individuale e nazionale?

Da questo punto di vista queste Olimpiadi sono state magnifiche, mentre chi le ha seguite in TV è stato investito da una valanga di spot sui quali sfumavano momenti belli e coinvolgenti.
Invece  la tentazione di firmare o conservare contratti miliardari può indurre a cercare la vittoria a tutti costi. Anche  questo proposito chi ha seguito in televisione le cronache sportive da Londra non può non aver notato come la Vittoria sia esaltata ben al di là di quel "l'importante è partecipare" che oggi sembra una giaculatoria patetica, ma che era alla base dei Giochi moderni voluti da De Coubertin.

Stando invece ai telecronisti Rai o Sky, la medaglia d'oro è l'unico risultato possibile. Già l'argento per pochi centesimi è considerato una beffa. Non parliamo poi degli ex aequo per il bronzo. Il regolamento non prevede questa formula, giusto o sbagliato che sia, e quindi arrivi quarto/a. La povera Vanessa Ferrari (che come tante altre atlete di vari Paesi ha avuto questo piazzamento) è stata oggetto di uno stracciamento di vesti nazionale che certo non ha alleviato la sua legittima delusione.

Se la consapevolezza di avere fatto il possibile dal proprio punto di vista (in questo la Pellegrini ha dimostrato, piaccia o non piaccia, un grande equilibrio personale) non ha nessun valore mediatico, ecco che la tentazione di rifarsi con le scorciatoie diventa inevitabile.

Altro tasto dolente la puntuale insistenza con cui certi cronisti sottolineano le quotazioni degli scommettitori, un po' come avviene nelle partite di calcio quando all'atleta si appiccica il cartellino del calciomercato. Sono abitudini che legittimano comportamenti come quelli che stanno avvelenando il nostro campionato e indeboliscono il contrasto al gioco d'azzardo che sta rovinando tante famiglie.
Su tutto questo è doveroso riflettere con la consapevolezza che la fragilità del campione in lacrime – che potrebbe essere nostro figlio – è inversamente proporzionale al tempo perduto nel contrastare un fenomeno come quello del doping  e delle dipendenze in genere che lambisce ogni fibra del tessuto sociale. Da questo punto di vista la vergogna, l'umiliazione e i danni collaterali economici e d'immagine che si profilano all'orizzonte dell'ex eroe di Pechino si spera siano un deterrente più efficace di tante parole ipocrite. Anche nello sport è l'esempio che conta.

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